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IL MIO PRIMO VOLO ALTO
Testo e foto di Davide Filomena

Uno, due, tre … via!

È tutta la settimana che, come assorto in una eterna meditazione, tento in tutti i modi di vivere con l’immaginazione quel momento. Un po’ per prepararmi psicologicamente, un po’ per scacciare lo spauracchio, nei giorni precedenti i miei pensieri prendevano la forma del momento del lancio. E con quella immagine mi sono ritrovato realmente il sabato sul cocuzzolo che domina Piossasco, imbracato e con il delta sulle spalle, con 500 metri di dislivello sotto a un pendio scosceso, pronto al mio primo volo.

Dopo una notte quasi insonne, sin dall’alba l’umore è stato un’altalena tra eccitazione e timore, soprattutto mentre si saliva lungo l’impervia carreggiata che portava in cima al monte S.Giorgio: il mio silenzio era talmente intenso che a volte mi pareva mancare il respiro. Ma la voglia e la determinazione ha avuto il sopravvento e il mio sogno, che dura da quando ero bambino, si è avverato. È bastato un controllo all’assetto e al bilanciamento del delta, qualche lunghissimo e interminabile minuto in attesa della brezza giusta, un profondo respiro e con un corsetta decisa di cinque o sei passi lungo il pendio, come per magia, mi sono ritrovato a faccia in giù, sospeso, da solo … in volo, con il cuore che batte a mille o forse molto di più!

 La tensione che fa tremare le gambe, la concentrazione ad ascoltare gli istruttori che mi dirigono sul campo d’atterraggio, il timore di commettere errori e l’inconsapevolezza di ciò che mi sta accadendo non danno spazio per assaporare il volo. Neanche il tempo di buttare lo sguardo verso l’orizzonte o ammirare le cime dei monti da un’altra prospettiva. Incredibilmente tutte le manovre ripetute mentalmente per giorni e giorni riescono in un modo o in un altro, e dopo neanche dieci minuti sono arrivato sulla verticale del campo d’atterraggio. Dopo aver smaltito quota facendo una traiettoria che sarebbe dovuta essere una serie di otto, ma in realtà sono andato avanti e indietro facendo goffe virate sopra un mare di tetti e lungo una statale abbastanza trafficata, l’istruttore mi indica il momento per entrare in atterraggio: “ … va bene, vieni avanti così, aumenta un po’ la velocità, controlla bene la traiettoria …”, e sono atterrato un po’ lungo invadendo il campo limitrofo, strisciando con il ventre su un letto d’erba fino a fermarmi completamente.
L’atterraggio è stato il momento che ho vissuto più consapevolmente, più del volo in se stesso. Con una specie di urlo liberatorio, mi sembrava di aver conquistato il cielo!

È ancora lì, impresso nella mia mente, il ricordo di un bambino di una decina d’anni che se ne stava con le mani e il naso spiattellato sul finestrino di una furgoncino che attraversava la valle di Susa in un giorno di primavera del 1978.
Con lo sguardo rivolto verso il cielo, quasi fosse stato stregato da una malvagia fattucchiera o incantato da una leggiadra fatina, osservava estasiato certi strani aquiloni che planavano ora a destra ora a sinistra lungo il costone della valle.

E chi l’avrebbe mai detto che un giorno il fato o la pura casualità l’avrebbe portato a incontrare uno di quei pionieri e condotto a percorrere quelle stesse tracce lasciate dagli aquiloni circa trenta anni prima.

Davide Filomena